TROVA LA SOLUZIONE
Lettera aperta alla tua "brava ragazza" che ancora si vergogna di non essere perfetta
C’è un’espressione fantastica inventata dalla madre di una coach americana - Marie Forleo - che dice: Everything is figureoutable.
Anche nei casi limite (quelli a cui stai pensando in questo momento), c’è sempre la modalità per poter prendere bene le cose, o perlomeno darci un senso. Non parlo di celebrare i fallimenti come medaglie al valore — quella retorica un po' stantia della psicologia positiva (lo so, anche a te la parola "resilienza" ormai fa venire le bolle) — ma di abitare l'errore con curiosità e dignità.
Anche perché non ho ancora conosciuto nessuno che non sbagli, non so tu.
Nella newsletter di oggi:
partendo dal mio ultimo "disastro" digitale, distinguiamo tra errori di valutazione, scelte sbagliate e omissis;
parliamo di senso di colpa, rimpianto e vergogna;
cerchiamo di capire qual è la tua teoria dell’errore (spoiler: se sei altamente sensibile, è una sfida extra);
infine, ti regalo una citazione strepitosa sullo sbagliare che ti farà molto ridere. Scoprirai che dietro al tuo sentirti "maldestrə", c'è solo l'eco di un Professor Antinori che non ha saputo tacere.
🙃 Chi non ne fa?
Ho appena finito di salvare un lavoro. Che soddisfazione. Poi mi viene un’idea: “Aspetta che lo uso per fare un’altra cosa”. Duplico, copio, incollo. Trenta secondi e capisco di aver cancellato tutto. “***********!!!!” Poi ci sono gli errori relazionali: con le migliori intenzioni, scriviamo o diciamo cose, magari in sovrappensiero o sull’onda di un vissuto emotivo poco elaborato, che diventano immediatamente “altro” (spesso la cosa a cui allude il titolo del libro qui sopra). “E, invece, nel lavoro di psicologa, ti è mai capitato di sbagliare?” mi chiede ogni tanto qualche anima curiosa. “Hai voglia”, rispondo di solito. “Siamo umani, sempre”.
Da anni, poi, sogno di poter pubblicare un articolo scientifico con tutti i miei errori riletti e rivisti - ma nello stigma sociale (e accademico) che riguarda gli errori, dubito che qualcuno me lo pubblicherà mai. Pazienza.
Ti tocca sorbirti qui il mio tentativo di fare un po’ d’ordine nel caos.
Distinguiamo le “specie” di errore:
ERRORI TECNICI: L’intenzione era corretta, l’esecuzione fallata (il mio file cancellato). La soluzione è tecnica. Ci si scusa, si rifà, si va avanti.
ERRORI DI VALUTAZIONE: Quando manchiamo di dati o sovrastimiamo le nostre risorse. Qui la soluzione è relazionale: cambiamo approccio, spieghiamo il malinteso. D’altronde, non è colpa tua se non hai visto arrivare la “luna nera”.
SCELTE SBAGLIATE: Qui entra in gioco il desiderio. Hai scelto A sapendo che B sarebbe stato meglio, ma A ti serviva per ragioni che ancora non avevi chiare. Il primo passo è ammettere l’errore e capire la dinamica profonda, per non cadere nella coazione a ripetere.
OMISSIS: Il “non fare”. Spesso accompagnato dal rimpianto. È il contrario dell’azione, eppure per qualcuno il rimpianto è il prezzo della saggezza e, quindi, la sua soluzione.
🙃 Vergogna e senso di colpa
C’è differenza tra sentirsi in colpa (”Ho fatto una cosa brutta”) e provare vergogna (”Io sono una cosa brutta”). La prima si concentra sull’azione, la seconda si estende a macchia d’olio sulla nostra identità. Brené Brown ci ha costruito una carriera sopra - avendo dedicato il suo dottorato alla vergogna (qui e qui trovi i suoi primi libri sul tema).
Lo storico Carlo Ginzburg ha recentemente aggiunto un livello di consapevolezza in più, parlando del legame tra vergogna e appartenenza.
Molti anni fa (in quel periodo insegnavo a Los Angeles) mi resi conto che, di fronte alle notizie sul campo di prigionia di Guantanamo come luogo di tortura, provavo orrore e indignazione: non vergogna. Perché? (…) Il paese al quale apparteniamo è quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. Naturalmente il peso della vergogna varia a seconda dei tempi, e da paese a paese.
Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna, 2025, p. 12
È questo che ci frega: la vergogna ti dice a chi appartieni, anche se non vorresti. Ti sussurra che hai tradito il "club delle brave ragazze" o la "famiglia dei perfettini". Il risultato? Ti isoli. E gli altri ti vedono pian piano scomparire senza capire il perché.
La vergogna è un’emozione sociale che ci isola, mentre l’errore dovrebbe essere un ponte verso la nostra comune umanità.
🙃 Qual è la tua teoria dell’errore?
A me ne sono venute in mente tre.
L’Errore come Catastrofe: “Se sbaglio, crolla tutto il castello della mia credibilità”. Tipico dell’approccio ansioso-perfezionista.
L’Errore come Peccato: “Sbaglio perché non funziono io”. Radice giudaico-cristiana di colpa e redenzione. È un approccio “ortopedico”: sono rotta, qualcuno mi ripari.
L’Errore come Esperimento: “Ho un dato in più”. Posizione decisamente figureoutable. Qui l’errore è un territorio da esplorare per capire come pensiamo e ci muoviamo nel mondo, quali premesse abbiamo quando compiamo anche le più semplici operazioni.
In quale ti riconosci?
NOTA PER LE PERSONE ALTAMENTE SENSIBILI: Per te sbagliare può suscitare una forte reazione sensoriale. Sudorazione, agitazione psicomotoria, overarousal. Se sei cresciuta in un ambiente giudicante, poi, l’errore poi può attivare risposte da stress post-traumatico. Non sei “esagerata”, hai solo il volume del sistema nervoso più alto della media. Ricordatelo.
🙃 Cosa fare la prossima volta? (Perché accadrà)
Fermati: Respira.
Nominalo: È una scelta sbagliata o un omissis? Dare un nome riduce il potere del mostro.
Usa la “Self-Compassion”: Parlati come parleresti alla tua migliore amica che ha appena fatto un pasticcio. Saresti così feroce con lei? No di certo.
Crea un cuscinetto: Tra l'errore e la soluzione serve un tempo, come fra una domanda e la sua risposta. Non è urgente, anche quando ti sembra che lo sia, non sta morendo nessuno. Riconosciti questo spazio.
Grazie per aver letto fino a qui! ;)
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M(ercoledì)arzia
🙃
Conosci una persona che si sente sempre 'maldestra e ridicola' come il bambino qui sotto? Inoltrale questa mail: potrebbe essere il 'tempo-cuscinetto' di cui ha bisogno oggi - ti ringrazierà!
🙃
Fu lui, il Professor Antinori, con i suoi modi scostanti e i baffi da colonnello inglese, a decidere che non bastava infliggermi l’umiliazione della piratesca benda all’occhio sano (motivo di ilarità per i miei spiritosi compagni di classe). Affinché la tortura riservata al piccolo guercio fosse esemplare bisognava chiuderlo nel bugigattolo attiguo alla sala delle visite; mollarlo lì, di fronte a uno strumento sul cui schermo imperversava un’elica fosforescente. (…) Poteva accadere che la tenera età, l’ora postprandiale e soprattutto l’asettica penombra dello stanzino in cui ero stato rinchiuso favorissero il graduale intorpidimento di membra e cervello. E’ allora che il Professor Antinori giustificava l’astronomico onorario corrispostogli. Malgrado non potesse vedermi - impegnato com’era con altri pazienti nella stanza accanto - appena mi assopivo abbandonando al suo destino la maledetta elica, lui mi richiamava all’ordine con un stentoreo “CREEETIIINOOO!” che squarciava l’appartamento. Tale ingiuria aveva il pregio di rimettermi in moto, come le poderose manate che riavviavano le lavatrici di mio padre. (…)
Chissà che non debba al Professor Antinori, e a tanti suoi pari, il sospetto che tuttora mi affligge di essere un individuo maldestro, manchevole e ridicolo. Rimestando nel calderone della memoria, stento a trovare un sola circostanza in cui, entrando in un luogo pubblico, io non abbia avvertito gli occhi degli astanti volgersi a me smaniosi di deridermi o, ancor peggio, di giudicarmi. (…) Ancora oggi che i peli bianchi hanno divorato la barba rossiccia e l’orgoglio virile si è di colpo attenuato, se per strada sento qualcuno ridere non ho dubbi su quale sia lo spassoso oggetto d’ilarità.
Alessandro Piperno, Di chi è la colpa, pp. 59-60







